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AMERICA/MESSICO - Il dramma dei migranti: chiusi 4 centri di accoglienza, tutto ricade su Chiesa e ong

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Posted on: 04/14/19
Tijuana – Solo poche ore fa la giuria del World Press Photo 2019 ha consegnato il premio come migliore foto dell'anno a "La bambina che piange al confine" di John Moore. L’immagine simbolo del 2018 come foto-notizia dell'anno, è stata scattata il 12 giugno 2018 a McAllen in Texas, cittadina alla frontiera tra Usa e Messico, ed ha suscitato immediatamente una grande emozione, rilanciata attraverso tutti i media internazionali. Era chiaro il dramma rappresentato: i minori separati dalle famiglie dei migranti che giungevano al confine statunitense. La foto infatti mostra la piccola honduregna Yanela Sanchez che piange sotto le gambe di sua madre Sandra, mentre viene perquisita da un agente di frontiera.
Dopo la sua pubblicazione, le autorità di frontiera degli Stati Uniti hanno emesso un comunicato per affermare che Yanela e sua madre non erano tra le migliaia di famiglie che erano state separate alla frontiera. Tuttavia l'indignazione pubblica riguardo alla politica di separazione dei minori dalle loro famiglie perseguita dall'amministrazione americana, costrinse il presidente Donald Trump a rivedere le disposizioni al riguardo.
La situazione reale raccontata da questa foto, dopo quasi un anno continua a essere la stessa: il calvario delle carovane che non cessano di arrivare alla frontiera messicana con gli Stati Uniti. In queste ultime ore a Fides arrivano notizie particolarmente allarmanti dal Messico. In base alla nuova politica sull’immigrazione del governo messicano, basata sul rispetto dei diritti umani degli stranieri in transito nel paese, l'Istituto Nazionale delle Migrazioni ha infatti recentemente chiuso i centri statali dei migranti a Morelia, Acapulco, Nogales e Reynosa, come si legge nella nota inviata a Fides, "per mancanza delle condizioni minime di accoglienza e di fornitura di servizi". La responsabilità di offrire vitto e alloggio ai migranti lungo il loro percorso, dal confine meridionale a quello nord, ricade quindi sulle poche ong presenti e sulla Chiesa. Sebbene qualche comune nelle città di confine, come Tijuana, abbia una Commissione municipale per i Migranti, in pratica sono le Chiese locali e qualche organizzazioni della società civile che, con le elemosine e le offerte dei fedeli e le donazioni dei cittadini, riescono ad accogliere e a sfamare i migranti nazionali e stranieri.
Solo a Tijuana, città messicana di confine meta preferita da chi cerca di entrare negli Stati Uniti, ci sono 17 “Case del Migrante” gestite dalla Chiesa e dalle ong, ancora operanti ma sature nella capacità massima di accoglienza per il ritorno in massa dei centroamericani che avevano cercato asilo negli Stati Uniti e sono tornati in Messico in attesa della risposta di un giudice americano alla loro richiesta.
I responsabili di questi centri calcolano che, nell’insieme, si prendono cura di circa 1.200 persone, tra messicani e stranieri. Ad esempio il centro salesiano di Padre Chava offre ogni giorno la prima colazione e da 800 a 1.500 pasti, solo grazie alla solidarietà che arriva dalla comunità messicana, che dona cibo, medicine, soldi e servizio volontario. Un altro esempio viene offerto dalla Chiesa Embajadores de Jesus, che è diventato uno dei più grandi ostelli a Tijuana ed attualmente accoglie 250 persone: haitiani, guatemaltechi, honduregni, salvadoregni, venezuelani, cileni e persino africani.



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